Montura

 

A PESCA DI STORIE

di Orlando Vuono

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Per circa due settimane abbiamo inseguito quattro parole — sciàbeca, dogana, magazzino, sardina — tra i luoghi marinareschi, di smercio, scambio e approdo di Palermo e Tunisi.

L’idea di fondo era quella di tracciare uno “sponda-sponda” fra due grandi epicentri cittadini e marittimi alle soglie di due continenti al tempo stesso distanti e vicini, e di esperire il piuÌ€ possibile, taccuini alla mano, per raccontare storie. Anziché tenerci alla larga da itinerari gettonati, come era nostra intenzione, le quattro parole ci hanno anche condotto in trappole turistiche straripanti di cliché, come oggi lo possono essere i mercati popolari a Palermo o i Suq a Tunisi. Ma i luoghi hanno sempre piuÌ€ volti. Il mercato BallaroÌ€, attraversato nella seconda parte della giornata, manifesta il suo rovescio piuÌ€ vivo e meticcio; i Suq di Tunisi, smarrita la via delle botteghe, si stendono in un dedalo di abitazioni fittissime, fascinosi ritrovi del “dopo-lavoro”. In altre occasioni le quattro parole non ci hanno tradito, portando uno di noi a scandagliare la dogana di Palermo e a chiacchierare con un doganiere insospettitosi; oppure a inseguire – letteralmente stavolta – le rotte, sempre piuÌ€ rare e recondite, dei piccoli pescatori. Il 5 agosto, forti della dritta di un oste che durante la cena ci aveva bombardato di aneddoti sul nonno pescatore, abbiamo fatto nottata all’Isola delle Femmine, sdraiati su una caletta adiacente a un porticciolo, in trepidante attesa – quasi fossero figure mitologiche prive di un corrispettivo reale – dei pescatori che uscivano in mare. Verso le 4 di mattina, con gli occhi a mezz’asta fissi sul limbo dell’acqua, cullati dal frangersi delle onde, quasi vinti dal grande sonno, infine li abbiamo incontrati. Salvo rovesciare i termini della questione: perché erano loro, i pescatori, a trovare noi, e svegliarci, col borbottio delle loro piccole imbarcazioni a motore. Qualcuno ci ha sussurrato poche frasi, sentenziose, epiche, mentre col motore della barca a bassi giri si allontanava dalla banchina: «Si sa che parti ma non si sa se torni. Il mare ti daÌ€, peroÌ€ anche lui vuole. U capisti?». Qualcun altro, piuÌ€ loquace, ci ha raccontato di come e perché la piccola pesca stia volgendo al termine, «i grossi pescherecci si spazzolano tutto», e del fatto che non ci sia piuÌ€ ricambio generazionale: «mio figlio ci ha provato, ma poi ha lasciato perdere; vedete, sono tutti vecchi, come me». Mentre ascoltavamo, e venivamo edotti sul come capire quando ci saraÌ€ scirocco dalla quantitaÌ€ di salsedine nell’aria, e dagli odori, e su tante altre cose, piuÌ€ che semplici “vecchi”, quei pescatori ci sembravano vegliardi di un antico sapere prossimo all’ultimo giro di boa. E ci eÌ€ venuta voglia di raccontare.