Montura

 

Pantareno

di Carlo Bettinelli

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A tutti gli amici che ci hanno chiesto come fosse andata, lassuÌ€ sul Reno, con la nostra discesa folle in gommone, puntando proprio verso nord, verso il freddo, non siamo ancora riusciti a rispondere. E pensiamo di avvalerci della facoltaÌ€ di non rispondere, per adesso. Prima di partire, una sera in cui, in compagnia, stavamo cercando di organizzare il viaggio e il documentario che avremmo provato a girare, ci era stato saggiamente consigliato di non concentrarci troppo su quest’ultimo, di vivere il nostro viaggio e riprendere quello che sarebbe successo e che la prioritaÌ€ doveva averla il fiume, l’avventura.

Sacrosanto. Ma come abbiamo scoperto da subito, la miscela che avevamo in mano, fatta di una buona storia da raccontare e da inseguire, ovvero la discesa del nonno di Ettore dello stesso fiume 60 anni prima, insieme al nostro presentarci in modo improbabile, sopra un minuscolo gommone con una bandiera pirata e un motore vecchio di 40 anni, al fianco di navi da crociera e chiatte di 100 metri, ci ha permesso di riuscire in uno dei nostri intenti, ovvero di fare breccia nella barriera fatta di timidezza o sospetto delle persone, di spiazzare chiunque, dai meccanici ai porti, ai capitani delle navi grandi e piccole, dai guardiani delle chiuse ai passanti e perfino la polizia. Ma l’ingrediente veramente decisivo si eÌ€ rivelato proprio la telecamera. Ci siamo scontrati fin dall’inizio con la presenza ingombrante di quest’occhio che sembrava sempre presente ma sempre al momento sbagliato. Quando qualcuno pronunciava qualcosa di interessante per quella che ci immaginavamo dovesse essere la trama narrativa del nostro documentario-viaggio, sistematicamente la telecamera non stava riprendendo, e provando a ripetere una scena, il tutto perdeva inevitabilmente di ogni spontaneitaÌ€. Siamo dei pessimi attori, abbiamo scoperto. Ma fortunatamente abbiamo capito di essere ottimi improvvisatori. La telecamera eÌ€ diventata uno strumento sfacciato in ogni situazione e che ci spronava continuamente a voler costruire una storia che non era altro che la nostra. EÌ€ stato lo strumento sfacciato che, bagnati, una notte in un paese vicino ad una centrale nucleare, un non-luogo come tanti lungo il fiume, ci ha trascinati in un palazzo buio da cui proveniva della musica, ci ha spinti a salire tre piani di scale e entrare in un sottotetto dove la banda del paese stava facendo le prove con il direttore d’orchestra. E’ stato l’espediente che ci ha permesso di fermare le prove e convincere a dedicare a Paolo, il nonno di Ettore, una marcetta che ci eÌ€ poi rimasta in testa per tutto il viaggio e che sembrava perfetta per la nostra lenta andatura in gommone sul fiume. Ci sentiamo di avere provato a filmare un viaggio contro il tempo, in cui il nonno di Ettore in 8 giorni era riuscito a percorrere 800 km mentre noi al secondo abbiamo capito che non ce l’avremmo mai fatta e ridefinivamo il nostro obiettivo ora dopo ora, mentre il nonno si trasformava sempre piuÌ€ in un mito, una creatura mitologica che era riuscita a stabilire un record che diventava irraggiungibile. Ma ci sentiamo anche di avere provato a filmare un viaggio attraverso il tempo, attraverso 60 anni di vite, da Basilea fino a Rotterdam e dalla Basilea-Rotterdam del 58 alla nostra, nel 2016. Fino al nonno di Ettore che eÌ€ scomparso esattamente un mese prima della nostra partenza.

Per questo ci piace pensare che possiamo avvalerci della facoltaÌ€ di non rispondere, perché speriamo che presto siano le nostre immagini e le nostre riprese a raccontare questo viaggio al posto nostro, e noi non vediamo l’ora che siano pronte a farlo.