Montura

 

Spaesarsi. Un viaggio a bassa velocità tra Torino e Lione.

di Giacomo Panico, Federico Casati, Maria Boli, Matteo Candiani e Giacomo Pozzi

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Questo il nome del viaggio intrapreso dal 14 agosto al 3 settembre 2016 da Giacomo Panico, Federico Casati, Maria Boli, Matteo Candiani e Giacomo Pozzi.Ventuno giorni di viaggio, di cui diciotto tappe a spostamento lento, anzi lentissimo.

Partiamo a piedi dalla stazione di Torino Porta Nuova con tende, amache, fornelletti e scarponi. Dopo aver superato la prima periferia post-industriale del capoluogo piemontese e aver attraversato sterminati campi di mais, ci inoltriamo lungo la Val di Susa. Bussoleno, Susa, Venhaus, Chiomonte, Oulx, Bardonecchia. Passiamo il valico francese passando dal Col Du Frejus: una caserma abbandonata, rifugio di migranti e pastori, costituisce il nostro riparo di fortuna dopo lo svalicamento. Dopo essere scesi dalle verdi piste da sci dell’alta Savoia, percorriamo la stretta valle della Maurienne. Decidiamo dunque di risalire di quota ancora lungo due catene montuose, meno maestose ma altrettanto affascinanti, fino a scivolare lungo la pianura che ci porta fino al centro di Lione.
Il totale dei chilomentri percorsi è di trecentodieci. Di questi duecentocinquasei sono stati percorsi a piedi. I restanti costituiscono la somma di passaggi in auto di fortuna, brevi tratti di treno, ciondolanti autobus.

Lasciamo una traccia del nostro passaggio con un segnavia da noi ideato: questo rappresenta un’unione dei simboli della cittaÌ€ di Lione e di Torino e, allo stesso tempo, ricorda una figura umana, ispirata alle antiche incisioni preistoriche della Val Camonica, che sorregge, abbraccia e tende le braccia verso il territorio che abita.
Il viaggio nasce dalla la volontaÌ€ di costeggiare il piuÌ€ fedelmente possibile il tracciato ipotetico del progetto TAV (TGV) che vorrebbe collegare la cittaÌ€ di Torino alla cittaÌ€ di Lione. Partiamo quindi dotati di cartine dettagliate (nove totali, di scala variabile) e di una tabella di marcia ipotetica che, nella pratica quotidiana del cammino, va costituendosi e disfandosi, come la tela di Penelope, giorno dopo giorno. Inizialmente eÌ€ il programma predefinito a indirizzare il nostro percorso; a partire da Bussoleno in poi, ovvero all’ingresso della Val di Susa, sono i consigli, i racconti, i miti locali e le narrazioni a muoverci.
Il cammino non coincide mai con la mappa. Allo stesso modo, noi ci immaginavamo di percepire, osservare e raccontare il paesaggio naturale messo in ombra dal tracciato Tav e, invece, abbiamo condiviso, ascoltato e vissuto con il paesaggio umano messo in luce da quello spazio di conflitto.
Ecco ora i principali protagonisti di questo nostro viaggio-inchiesta.

A Caselette l’allevatore Claudio, che ci ha ospitato nel suo fienile e ci ha raccontato delle speranze che una grande opera puoÌ€ regalare ad un territorio economico in disgrazia. A Sant’Antonino di Susa un signore anziano che ci ha descritto il declino industriale dell’area e i suoi racconti erano cosiÌ€ densi che potevi sentire la puzza del fumo delle acciaierie di cui ora rimane solo lo scheletro disarmato. E poi quella signora del Bar di Vaie, all’ingresso del Val di Susa, che ci ha confessato che essere pro-tav in una valle di no-tav eÌ€ una questione molto delicata. A Bussoleno, gli amici della Piola La Credenza, ovvero Nicoletta, ex-insegnante di greco in pensione che non rispetta l’obbligo di dimora e il compagno; Rita, della Libreria CittaÌ€ del Sole, che ha attivato tutta quella rete che ci avrebbe sostenuto fino a Lione: senza di lei questo viaggio sarebbe stato molto diverso. A Susa il partigiano Mario, che con la sua passione e il suo sdegno ci ha mostrato che la rabbia eÌ€ ancella e figlia della competenza, non dell’ignoranza: grazie a lui abbiamo compreso a fondo il sottobosco di bugie, promesse ed inganni che deforma il territorio da quasi tre decadi. A Venaus, Fulvio, 75 anni, agli arresti domiciliari presso il presidio permanente no-tav; Perino, storico volto del movimento e tanti ragazzi e ragazze che transitano da quello spazio di lotta e aggregazione. In val Clarea non avremmo potuto muoverci liberamente, immaginare il bruciore tossico dei gas lacrimogeni e scorgere Giacu, lo spirito del bosco, senza le preziose guide che ci hanno accompagnato a sfiorare il filo di ferro tagliente ed uncinato che protegge il cantiere di Chiomonte. A Oulx abbiamo conosciuto Elena, educatrice e militante, che ci ha fatto dormire nel giardino del suo condominio. A Bardonecchia Edoardo, proprietario di un supermarket, ci ha mostrato la via giusta per il col du frejus: se avesse potuto, si sarebbe sfilato il grembiule e ci avrebbe seguito, anzi guidato. I nostri zaini si sono riempiti di provviste grazie alla sua generositaÌ€.
Sul confine francese quel pastore francese, sempre con la sigaretta in bocca, che veniva da Montpellier e faceva la stagione sui monti a curare duemila pecore, non sue. Si rifugia anche lui dove si nascondono i migranti, quando non va ad incontrare il suo amico e collega sul versante italiano.
A Modane abbiamo incontrato AndreÌ€ e Nicole, lui ingegnere, lei insegnante in pensione: sono stati le nostre guide al cantiere del secondo tunnel geognostico a St Martin de la Porte. A St Michel de Maurienne, a pochi chilometri di distanza, abbiamo incontrato Anne Marie, 60 anni, medico, nostra guida ai depositi di smarino, ovvero cioÌ€ che rimane del ventre delle montagne quando vengono sventrate. A La Ville Daniel Ibanez, volto istituzionale del movimento francese, nonché autore di due libri sull’argomento, ci ha mostrato slide, progetti e retoriche del progetto del TGV in territorio francese. Ci ha insegnato che esiste un unico movimento no tav, con strategie, pratiche e discorsi differenti, ma guidato dalla stessa ferma opposizione ad un modello di sviluppo violento e insensato. A Lepin-Le-Lac siamo stati ospitati da AndreÌ€, pensionato marxista e ambientalista radicale e la compagna Marie-Noel.

La raccolta della documentazione si eÌ€ strutturata su piuÌ€ piani: fotografico, orale ed etnografico. A livello fotografico abbiamo raccolto con una polaroid i primi piani di tutte quelle persone che hanno condiviso con noi brevi storie, dettagli, informazioni tecniche, scorci inediti e personali sul progetto e sul movimento. A livello orale abbiamo registrato interviste, ascoltato narrazioni e miti, leggende e opinioni sul progetto. Sul piano etnografico abbiamo osservato l’interazione tra l’ambiente naturale e quello umano, la dialettica tra tecnologia e tecnica, l’impasse tra retorica politica e prassi esecutiva. Lo spazio analizzato eÌ€ stato ampio, ma gli spostamenti lenti e l’interazione costante con l’ambiente ecologico, costituito da uomini, piante, animali e artifici, eÌ€ stato abbracciato da uno sguardo piuÌ€ ampio e variegato possibile.
Vorremmo restituire pubblicamente alla cittadinanza il materiale raccolta attraverso una esposizione di immagini, voci e rappresentazioni. Vogliamo raccontare il lento sciabordio di sfumature in cui ci siamo imbattuti. Sciabordio nel quale riecheggia un bisogno comune, ovvero il desiderio di riappropriarsi della propria presenza ed esistenza, nel senso di essere nel mondo, e della propria valenza di abitanti. Abitanti e cittadini che si interrogano, valutano e scelgono come e se accettare un’opera infrastrutturale nel proprio territorio. La mostra verraÌ€ costruita a partire dalle mappe che coprono i trecento chilometri di viaggio, dalle immagini fotografiche dalle quali saraÌ€ possibile cogliere la varietaÌ€ dei paesaggi, dei centri urbani e dei territori attraversati, e infine dalla voce degli sguardi che abbiamo incrociato. Alcuni dei nostri contatti si sono dati disponibili per ospitare la nostra esposizione, sia in Italia che in Francia, ed eÌ€ dunque nostro obiettivo -di lungo periodo- riuscire a portarla in tre o quattro punti-chiave del viaggio, a partire dalla stazione di Torino Porta Susa.

Attraverso il crowdfunding abbiamo ricevuto nella prima tranche 238,21 euro, con i quali ci siamo procurati le mappe necessarie a coprire il percorso, il materiale per produrre il segnavia e il materiale di base necessario al viaggio (bombole per i fornelletti, infermeria, scorte di cibo disidratato).

Trittico di Aromi Viandanti. Strappi dal diario di M.

I
Iperico e assenzio.
Dopo la visita al cantiere in Val Clarea camminiamo a mezzacosta fino ad Oulx, nell’alta Val Susa. Ci perdiamo tra crocicchi di case di pietra che stentano a sentirsi paesi, arranchiamo su sentieri dalle pendenze spietate. Cous cous polveroso cucinato ai bordi del sentiero. Io sono arrivata solo da un giorno. Andiamo verso l'ignoto e godiamo del lusso inconsueto di non sapere dove saremo domani. Si vede il fondo valle: eÌ€ occupato da un'autostrada, una strada statale, la ferrovia e la Dora. Sgomitano per trovare spazio i pochi paesi che portano il nome delle fermate del treno.

II
Melissa e verbena.
La discesa non finisce mai. La montagna ha l'aria annoiata da stazione sciistica in bassa stagione. Anche a Modane è domenica e vaghiamo. Infine, un bar. Uscire da Modane è lungo e noioso. Le macchine ci danno la misura della nostra insopportabile lentezza. Intravediamo una chiesetta isolata, decidiamo che dormiremo lungo i suoi fianchi. I versanti della montagna nascondono fortini, eredità della linea Maginot e dei tempi in cui i confini erano muri. Quanto ora. Sotto queste pietre intanto si scava. Alla chiesa il vento è estenuante. La Francia ci appare insipida, temiamo la monotonia del cammino senza incontri e la barriera della lingua. Non facciamo in tempo a piantare le tende che il telefono squilla. Hanno saputo di noi, vogliono ospitarci per la notte.

III
Menta e more.
Il cantiere TGV di St. Julienne eÌ€ molto esposto, eppure non ci sono tracce neÌ€ di opposizione né di difesa. Un grande cartello con le parole “La linfa d’Europa”. Vive la propaganda. A.M., 60 anni, ci porta lungo l'argine artificiale del fiume Arc a vedere le montagne di smarino roccioso, traccia della tunnel che avanza. Bucare montagne per costruirne altre. “In tutta la Maurienne saremo una ventina” - dice - “ma siamo cosiÌ€ pericolosi che per noi arrivano elicotteri, mezzi pesanti e trecento poliziotti ogni volta che manifestiamo”. Sostiene che il fondo valle eÌ€ davvero brutto. Ci accompagna con il suo furgone all’imbocco del nostro sentiero.