Montura

 

PUNTATA 3 | FRAGMENTS OF EXTINCTION

Le prime esperienze sul campo

Amazzonia. Alle sorgenti del mito

17/02/2016 -

Ore 6:00. A Quito traffico in uscita e nuvole di smog nero per un’ora e mezzo all’interno della città vecchia. Poi il passo a quota 4200 è stato una delle più belle emozioni che per fortuna nutrono da sempre la tristezza di fondo di Fragments of Extinction. Alla nostra destra il vulcano Antisana (quota 5700) sotto di noi l’ingresso al polmone del pianeta, l’inferno verde di 7mln di km² dove pullula quell’immensa biodiversità oggi ancora largamente sconosciuta. Il vento da giù mi ha fatto lacrimare per il pensiero del tanto ossigeno generato dalla fotosintesi dei miliardi di forme vegetali là sotto. Intravvedo nella nebbia i canali di discesa, le varie porte al bacino della vita, all’area dove ancor oggi vivono le uniche tribù non contattate del mondo, che i conquistadores e nemmeno la modernità sono riusciti ad intaccare. Tanto è spaventosa al pensiero, quanto familiare questa Amazzonia in cui sto per entrare, dalla quale cercheremo di cogliere e conservare qualche frammento sonoro.

Il viaggio di 10 ore di macchina passa attraverso San Francisco de Orellana (Coca il nome locale) centro operativo dello “sviluppo” dell’area sul Rio Napo. I nostri 2 autisti chiedono come arrivare a Limoncocha a est sul Napo, da dove dovremmo incontrare un tipo che ci fa attraversare il grande fiume in canoa a motore verso Pompeia sud, la porta dell’area del Parco Yasunì, dell’area petrolifera e dei territori Kichwa e Huaorani nella foresta vergine che si estende a sud e ad est.

Le due ore di carretta furgonata per raggiungere la stazione di ricerca sono un’esperienza vegetale meravigliosa attraverso l’unica strada “ufficiale” dell’area. Ogni pianta che vedi è diversa dalla successiva per chilometri. La biodiversità alfa (quella misurata sull’ettaro) è di circa 670 specie di piante, quella gamma (misurata sull’intera area) è  > (maggiore!) di 4000 specie invece. Le poche parole con l’autista danno un nome agli indios che vediamo camminare sul ciglio della strada e alle scene di vita quotidiana nei corsi d’acqua e nei sentieri che si addentrano in foresta. Al Km 42 inizia il territorio Huaorani e dopo qualche chilometro siamo finalmente alla stazione alle 18, poco prima del buio. Ci danno due stanze e un laboratorio con aria condizionata e umidità controllata tutto per noi.

I primi giorni di lavoro, finalmente in foresta, sono una delusione al punto da farmi dubitare dell’intero viaggio. Non ci sono quegli straordinari paesaggi sonori che dovrebbero esserci. Alle prime registrazioni gli habitat sonori appaiono poveri, frammentati e non coordinati. I dawn e dusk choruses non sono quella celebrazione acustica multi-specie, esuberante, che la foresta primaria, quotidianamente, in ogni luogo tropicale intatto del mondo, da milioni di anni, offre. Dubitiamo che l’attività petrolifera, che produce rumore a bassa frequenza, irradiato concentricamente dai molti pozzi del parco, tengano lontane oltremodo le 10 specie di scimmie o le 571 specie di uccelli che vivono qui. Dubitiamo anche che le tribù locali, con il vantaggio delle armi da fuoco sofisticate, non facciano piazza pulita dei mammiferi commestibili dell’area, come purtroppo ho già visto in Africa e Borneo. Da come ci dicono infatti la caccia (permessa ai nativi nei loro territori) e la vendita nei mercati più a ovest (non permessa ma praticata) ha già radicalmente impoverito tutte le aree limitrofe alle strade e ai fiumi navigabili, quindi quasi la totalità del territorio. In tre giorni di lavoro in foresta abbiamo sentito 2 spari di fucile uno anche in piena notte quando gli animali sono più vulnerabili. La situazione è drammatica per i mammiferi e per alcuni uccelli, anche nel profondo di queste foreste lontane e impenetrabili, ora l’abbiamo toccato con mano, anzi con orecchio, il quale rivela qui più di ogni altro senso lo stato dell’ecosistema.

Inoltre El Nigno, estremamente forte quest’anno, provoca piogge torrenziali sulla costa pacifica e siccità sull’Amazzonia. Non piove da più di 30 giorni. Un evento eccezionale, la foresta è in emergenza, lo vediamo ora da come gli alberi chinano, sfiniti, le foglie, dai corsi d’acqua e i pantani completamente secchi, dall’assenza di frutta che fa spostare non sappiamo dove gli uccelli, dall’assenza totale di vocalizzazioni delle 139 specie di rane che sono qui presenti, dal rumore inaspettato che il sottobosco secco fa sul tuo passo, allontanando quei pochi animali rimasti intorno a te.

È un’esperienza spettrale, mai provata in Amazzonia che, oltre al danno umano fatto direttamente, ti fa riflettere sulla forza sottile e tremenda dei cambiamenti climatici e che questi avranno non solo nel nostro modo di vivere, ma sul potere di silenziare progressivamente anche gli ecosistemi più remoti del pianeta..

Estación Científica Yasuní (0°40'26.28"S - 76°23'53.97"O), Ecuador, 31 gennaio 2016

Photo by Alex D’Emilia e Nika Saravanja

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