Montura

 

PUNTATA 5 | FRAGMENTS OF EXTINCTION

Il ritratto circadiano di una foresta primaria

Amazzonia. Alle sorgenti del mito

07/03/2016 -

Abbiamo finalmente lavorato in una foresta rivitalizzata dalla pioggia, utilizzando tutti i momenti che non pioveva nelle ultime due settimane, la prima delle quali alla Estacion Cientifica Yasunì, ultimando quindi la campionatura degli habitat principali (terra firme forest, swamp forest, saline, riverbank forest, igapò). Il luogo con il tasso di biodiversità più alto del pianeta è anche il luogo dove lo sfruttamento industriale petrolifero produce rumore senza controllo, e non solo purtroppo. Data l’orografia del territorio semi-pianeggiante, abbiamo verificato sul campo che ogni pozzo o stazione di pompaggio produce concentricamente nel raggio di 10-12 Km una zona di rumore a cicli di pochi minuti, tanto più forte quanto più ci si avvicina ad esso. Il lavoro condotto per Fragments è stato quindi prioritariamente fatto cercando di allontanarci il più possibile, sia attraverso la navigazione a sud-est e ad ovest del Rio Tiputini, sia sfruttando gli avvallamenti nei percorsi a piedi, ma non sempre riuscendo ad ‘ascoltare’ le sole geofonie e biofonie dell’ecosistema. Inoltre ogni volta che ci si è potuti alzare fino al livello delle chiome, attraverso le scalate di D’Emilia per il posizionamento microfoni su alberi Seiva a circa 40 metri, a volte ci è sembrato di vedere un sole sorgente, che purtroppo era invece il bagliore all’orizzonte dei gas bruciati dell’attività estrattiva, altra fonte di inquinamento, luminoso questa volta.

Ci siamo quindi spostati dal giorno 15 febbraio in un’area incontaminata a est, al limitare tra lo Yasunì ecuadoriano e il confine del Perù, le lagune Tambococha e Jatuncocha, uscendo leggermente dalla zona rossa del tasso di biodiversità. Un nostro contatto locale ha attivato una forma di collaborazione tra il Parco Nazionale Yasunì e Fragments of Extinction, la quale ci ha permesso di fare base nel ‘posto di controllo’ d’ingresso all’area protetta sul Rio Yasunì, collaborando con un esperto ranger del parco di nome Ramiro, attento conoscitore dell’area, assegnatoci appositamente. Siamo passati quindi dalla parte dei controllati a quella dei controllori, in un’area molto remota, senza attività estrattiva di alcun tipo e senza caccia permessa da almeno 10 anni. Il lavoro intorno a Jatuncocha è stato straordinario perché, fatta eccezione per qualche canoa a motore di nativi di passaggio sul Rio Yasunì, non c’era nessuna ingerenza acustica umana. L’impressione è stata che soprattutto gli uccelli fossero moltissimi, non spaventati dalla caccia e dal boato costante dell’attività dei pozzi, quindi con vocalizzazioni molto più presenti, regolari e sistemicamente organizzate. Dopo tre giorni di sopralluoghi e ottime registrazioni spot, ho deciso di tentare la registrazione tridimensionale di 24-ore consecutive proprio lì in una delle aree con minor disturbo antropico dell’intera Amazzonia occidentale. Abbiamo quindi installato il campo temporaneo all’affluenza del Rio Yasunì (acque di colore marrone-giallastro) e il rio di uscita della laguna Tambococha (acque tanninose scurissime). La scelta del punto esatto dove operare il ritratto circadiano quindi, il più importante dell’intera campagna di registrazione in Ecuador, è stata guidata da tutte le considerazioni di tipo acustico, logistico, ecologico, e soprattutto dal trovare un punto all’intersezione di diversi habitat, per massimizzare la presenza contemporanea del numero più alto di specie. Il ritratto circadiano ha visto una quantità impressionante di specie e gesti sonori limitrofi, includendo momenti notturni spaventosi, con delfini d’acqua dolce che cacciavano e vocalizzavano in emersioni proprio davanti ai microfoni al confluire delle acque, 3 gruppi di scimmie urlatrici all’alba da tre settori dello spazio circostante, un uccello acquatico che giocava con la prossimità dei microfoni, un coro di rane la notte i cui individui si sentivano a centinaia di metri di distanza, il tutto con il campo riverberante e gli echi generati dai “muri” di foresta riverbank intorno; il tutto è risultato in 458 GB di dati su 34 canali audio contemporanei. La stazione di lavoro per quella notte era stata preparata per resistere alla pioggia – che è puntualmente arrivata improvvisamente alla diciottesima ora causando non pochi problemi – con amaca e zanzariera per la sosta di una sola persona la notte per il controllo costante dei microfoni e della performance elettrica e digitale generale.

Ma quando rimani da solo, al buio, in una foresta primaria, lo spavento e il baratro dello sconosciuto possono essere più forti e farti urlare, fuggire. La natura, al buio, manifesta tutta la sua primordialità attraverso il suono, ricchissimo, orribile, incontrollabile e meraviglioso allo stesso tempo, ecosistema sensibile e contemporaneamente insensibile alla tua presenza. L’unico modo di rimanere e vincere sia l’istinto di fuggire sia il raziocinio di eliminare il rischio di collisione con percorsi di animali notturni di ogni tipo (compresi serpenti, felini e insetti urticanti dei più vari) è quello che io ho sperimentato e vissuto come un ‘entrare nel flusso’ acustico della foresta. E’ proprio questo essere partecipe allo svolgersi dell’organismo ecologico per mezzo dell’udito – il quale durante la notte è l’unico senso della prospettiva e locazione degli animali intorno a te – che ti fa vincere la paura. Ho passato da solo l’intera notte dormendo a piccoli tratti ma in qualche modo sempre vigile per ascoltare e annotare il diario di registrazione notturna di tutte le emergenze sonore e i momenti importanti. Alex e Nika il mattino hanno portato le vettovaglie, importanti per spezzare la concentrazione e il pensiero del continuo fastidio degli insetti che assalgono ogni lembo di pelle libera, come le mani e la parte del viso fuori dalla zanzariera da volto.

Nei giorni successivi, molte altre registrazioni nelle lagune e nella foresta terra firme, e poi l’arrivo faticosissimo al pantano (swamp forest) vicino a Jatuncocha con più di 4 ore di cammino totale con tutta la tecnologia in spalla di Alex, me e una guida, e gli stivali che sprofondavano nel fango. La registrazione in sé è risultata poi un po’ monotona e deludente, ma questo è il lavoro: luoghi che raggiungi con ore di cammino che poi si rivelano non ideali, proprio perché non puoi ascoltarli prima ma devi solo supporre quello che ci sarà ed avere fortuna di installare la strumentazione nel posto giusto al momento giusto. In realtà però, ogni volta, le ore di cammino offrono così tante fermate per un insetto dalla forma impensabile, un gigante arboreo dall’architettura lignea mirabolante, funghi di ogni tipo, muschi, liane, foglie impensabilmente fosforescenti, una autostrada di formiche trasportatrici di lembi di foglie di piante letteralmente smontate a pezzi, un verme dai colori arcobaleno o, la notte un serpente sul sentiero (ne abbiamo incontrati 4 fino a qui). Il percorso stesso è il bello della foresta.

Dopo questo straordinario lavoro, culminato nella ulteriore registrazione di uno dei corsi d’acqua affluenti alla laguna Jatuncocha, uno dei luoghi più primordiali e indisturbati mai esperiti fino ad ora, domani ci spostiamo sul Rio Napo e andremo in una laguna più a ovest, vicina a una comunità Kichwa che con il modello di sviluppo dell’ecoturismo sostenibile ha mantenuto l’habitat completamente integro.

Rio Yasunì (0°58'53.22"S - 75°25'32.47"O), Ecuador, 21 febbraio 2016

Foto by Alex D’Emilia e Nika Saravanja

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