Montura

 

Da Lenin a Lennon

di Giulia Tomasoni

Image
Image
Image
Image

Un viaggio nella nuova Ucraina inseguendo la toponomastica sovietica.

Incontriamo Anton, il nostro primo intervistato, la mattina del 7 settembre. Mentre camminiamo su Shevchenko Boulevard, a Kiev, intravediamo al centro della strada un grande quadrato di tela gialla e blu, dietro cui si intravede una sagoma. Il giallo e blu sono i colori della bandiera ucraina; ancora oggi, dopo tre anni dal Maidan, emerge ad ogni angolo, su panchine, muri, magliette, sui cruscotti delle macchine e nei negozi, a volte accompagnata dalla bandiera dell’Unione Europea. Ci accorgiamo una volta giunti lì che il grande telo ricopre la statua di un uomo a cavallo: è Nikolay Shchors, glorioso comandante dell’Armata Rossa che si distinse durante la Guerra Civile del 1917-21, morendo in battaglia.

Secondo le nuove leggi sulla decomunistizzazione il monumento dovrebbe essere rimosso e distrutto, ma ci riferisce un passante che è stato giudicato monumento di interesse storico-artistico e che è stato coperto così per proteggerlo dall’iconoclastia dei militanti nazionalisti e dei rivenditori di bronzo, fino a che non verrà ricollocato. Lì sulla strada, davanti all’ingresso di un hotel, c’è il banchetto di un rivenditore di ricariche telefoniche: vendeva ricariche di un operatore russo, da qualche mese rimpiazzato da Vodafone.

Il giovane uomo sembra non aver fatto troppo caso a quella statua.
È sempre stata lì che io ricordi, la statua l’hanno coperta due settimane fa ma a me non è mai interessata.
Sai chi è l’uomo a cavallo? So che si chiama Shchors e che andava a cavallo. Mi basta.
Non ti fa effetto sapere che questa è una delle poche statue sovietiche superstiti in Ucraina? A dire il vero ho altro a cui pensare.
Per esempio? Per esempio il vero problema del mio Paese è la povertà dei poveri.
Proviamo a chiedergli cosa pensa della situazione politica ucraina, Anton sorride con amarezza.
Io ho trent’anni e il massimo che posso fare è stare qui ogni giorno, da cinque anni, a vendere ricariche. Vivo con mia madre e lei non lavora, così devo farlo io. La situazione è invivibile e spero di partire presto per la Germania, l’Italia... Fa lo stesso, voglio un biglietto di sola andata per l’Europa.
Anton guarda la statua dietro le nostre spalle e ci sorride, poi spegne il microfono.